mercoledì 26 novembre 2014

Divorati

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Divorati

Autore: David Cronenberg.
Genere: drammatico, macabro, thriller.

Nathan e Naomi sono una coppia di fotogiornalisti freelance che lavorano a contratto per riviste sulle quali pubblicano articoli aventi caratteristiche particolari fra cui il macabro e l'inusuale.

Il primo si trova nell'Europa dell'est, sulle tracce di un chirurgo che sperimenta una cura contro il cancro basata sull'impianto di semi radioattivi sottocutanei. Durante l'incontro documenterà l'impianto nei seni di una paziente ormai prossima a uno stadio terminale. Successivamente, si troverà coinvolto in una relazione sessuale morbosa e atipica proprio con quest'ultima e dalla quale rinverrà una rara malattia che lo spingerà ad indagarne i contenuti, per necessità e interesse, rintracciando il medico che ha scoperto e dato il nome a questa patologia.

Noemi nel frattempo si è recata a Parigi sulle tracce di uno scoop che riguarda due importanti icone dell'intellettualismo e della filosofia contemporanea francese, la coppia Celestine e Aristide Arosteguy. Quest'ultimo è latitante e sospettato di aver ucciso e poi mangiato la sua consorte. I fatti però sembrano rivelare un altra verità. Una storia che porterà Naomi a contatto con una cerchia di personaggi che esplorano i confini del sesso maniacale e possessivo, attraverso una ritualistica che forse dal bondage si è spostata fino al cannibalismo.

Le due vicende dei reporter e amanti, finiranno per intrecciarsi in un unica storia dove poco se non nulla è ciò che sembra.

Divorati” è un libro che mi ha lasciato un profondo senso di smarrimento.

Ho avuto più volte la sensazione, durante la lettura che almeno uno dei temi affrontati dall'Autore mi avrebbe portato a toccare con mano quell'aspetto riflessivo - rivelatorio che in più momenti sembra voler decollare prendendo per mano il lettore.

Invece, ogni volta che l'approfondimento sembrava indirizzato ad uno sviluppo concludente quest'ultimo improvvisamente veniva a mancare. Lasciando un vuoto. Uno spazio che il proseguo della narrazione sembrava voler colmare riprendendo da un punto remoto.

Gli aspetti ossessivo compulsivi della passione maniacalizzata sulla tecnologia quale antropomorfa malattia moderna sono un piacevole coro di assonanze con le varie patologie note e nel contempo rare che durante il romanzo trovano uno spazio più o meno particolareggiato a mò di allegoria.

L'Autore traccia un innominato parallelo, indubbiamente creativo e stimolante. Certamente geniale nell'intuizione. Ma i termini di questa osmosi che i due fotografi sentono e verso la quale accettano un plagio invasivo della propria relazione, come pure della vita professionale, manca di quel «di più» che vada oltre cioè un mero condizionamento senza il quale ci sarebbe la rinuncia.

A ben guardare infatti, siamo di fronte a due esperti che però non arrivano a ribattezzare la propria esistenza di carne ed ossa attraverso la tecnica fotografica, il montaggio, assumendo cioè quella trasmutazione del sè, a livello morfologico in una meccanica di algoritmi che riporti al «deux ex machina».

E la domanda permane. L'Autore non ha volutamente raggiunto questa catarsi oppure ha cercato senza riuscirci di trasmetterla al lettore?

Alcune ambientazioni sono amabilmente descritte come se una telecamera, partendo da un particolare ingrandisse sulla scena e, restando in movimento abbracciasse uno dopo l'altro la conoscenza di quegli oggetti che compongono il panoramico ambiente nel quale si micro contestualizza l'azione del pensiero prima ancora che delle parole o delle azioni. Questo aspetto mi è molto piaciuto.

«L'IPhone di Nathan era poggiato scorbutico sulla superficie di plastica effetto legno del tavolo, accanto al semplice piatto bianco con due costolette di maiale stracotte, una montagnola di mais, tre fette di pomodoro e un vasetto di carta pieghettata con la purea di miele. Il piccolo coltello da carne aveva un manico rosicchiato che un migliaio di lavaggi in lavastoviglie aveva ridotto a un grigio striato. In una terrina di vetro c'era la sua insalata verde». Tratto da «Divorati» di David Cronenberg, ed. Bompiani.

Il binomio sesso - malattia. La piacevolezza del diverso. Sono argomenti ben sviluppati, sopratutto dal punto di vista di Nathan che pare emotivamente più debole perchè ancorato ad un realismo che Naomi ha già abbandonato. Lui è pertanto meno esplorativo e più funzionale. Mentre lei è l'esatto opposto.

L'esposizione delle loro diversità avviene sempre prima, durante e dopo il sesso, descritto e commentato in modo esplicito e disinvolto.

«Saltò giù dal letto, afferrò l'IPhone sul cuscino e cominciò a cancellare i ritratti del suo uccello, uno alla volta, colpendo violentemente con la corta unghia l'icona del cestino, canticchiando nel frattempo: «pene di Nathan, cancella, cancella, cancella...» Tratto da «Divorati» di David Cronenberg, ed. Bompiani.

La focalizzazione sulla malattia e in particolare sul tumore mi porta ad affermare che la difformità non è deformità. E chiunque abbia studiato i termini classici della letteratura Italiana ben conosce numerosissimi Autori che su questo distinguo hanno speso pagine di intellettuale virtù. Esattamente come è accaduto in quel della Francia (e non a caso la scelta degli intellettuali «francesi»).

I termini del cambiamento che si annidano, come germi di primigenia essenza nel malato lo portano a sentirsi un estraneo. Un portatore sano di quella difformità enorme che nulla rende come prima. Egli è uno, nessuno e quindi centomila, perchè la malattia non è selettiva, ma aperta a tutti, potenzialmente in attesa di colpire chiunque. E il tumore è questo «tsunami» numerico che ormai colpisce il 50% delle persone nell'arco di una vita. Il male di nuovo millennio che cambia tutte le prospettive e sparpaglia le carte della società perfetta e che l'Autore vorrebbe collocare sul piano della deformità, ma senza arrivarci. Non è la gobba di Victor Hugo, ne il Dott. Jekyll, non è neppure la Bestia che si nasconde all'amore, e quel che residua è un attrazione lasciva un semplice gusto peccaminoso per il diverso.

Troppo poco. Uno sviluppo che non decolla.

«... la luce dello spray di un writer che copriva meticolosamente ogni centimetro del suo corpo mentre lei si sforzava di tenere la postura stabilita, la pancia che si contraeva dalle risate quando fuori campo venivano pronunciate chissà quali parole o fatte chissà quali battute». Tratto da «Divorati» di David Cronenberg, ed. Bompiani.

Il cannibalismo qui è una metafora della possessione estrema. Un atto sessuale di avidità che porta a fagocitare il simbolo fallico dell'amore inteso come il seno per la sua valenza chiaramente materna nell'atto di non volersi più staccare da esso. Trattenerlo per sè. Un gesto che è sfogo di una pulsazione volontaria. Compiuta dopo un atteggiamento ritualistico quasi come se fosse il principio e non la fine. In essa c'è un richiamo alla rinascita attraverso l'accettazione dello stesso atto scabrosamente gustoso. Ognuno di questi pur interessanti aspetti non viene analizzato o narrativamente spiegato al lettore. Rimane cioè confinato in un episodio.

Ci sono tante luci in questo romanzo e coloratissimi ritorni, una caleidoscopica impostazione dello svolgimento a livello espositivo. E mi pare di non dovermi soffermare sul perchè in quanto l'Autore è uno dei più celebri registri della storia contemporanea.

Cronenberg non spiega i suoi protagonisti, lascia che sia il lettore a capirli. Offre numerosissimi spunti di qualità, senza dubbio, per quanto concerne il dna di questi soggetti, ma la focalizzazione è spesso trasparente. Lo speculare rimando ad una mente che si suppone sia preparata a ricevere questi input. Ma un romanzo non è un film. La tempistica di lettura che l'Autore ha supposto può essere stravolta. Ed è proprio questo l'aspetto «tecnico» più censurabile di questo romanzo. L'assenza di un evoluzione che non sia anatomica di questi soggetti i quali sono dei «caratteri» non dei «protagonisti».

Questo aspetto è impossibile che una Casa Editrice non l'abbia colto. Mi riesce non ipotizzabile che una redazione letteraria non abbia evidenziato un particolare così fondamentale nella qualificazione del romanzo. I casi pertanto possono essere soltanto due: o l'Autore non ha mai voluto che il testo fosse adattato da mani terze che non fossero di particolare fiducia oppure sotto l'egida commerciale della firma si è consentita la pubblicazione di un corpo anatomico privato di uno scheletro.

«Divorati» è un libro poco convincente per via dei troppi limiti. Contenuti poco approfonditi dal punto di vista funzionale alla trama. Una narrazione che stenta a decollare e si trascina troppo a lungo. Personaggi troppo incompiuti per essere considerati veri e propri protagonisti di un romanzo.

Sconsigliato.

Marco Solferini
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