domenica 14 settembre 2014

La misura della felicità

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La misura della felicità

Autore: Gabrielle Zevin
Genere: drammatico, sentimentale.

Alice Island è una piccola località turistica raggiungibile solo con un traghetto. L'unica libreria del posto, Island Books, è gestita dal 39enne A.J. Fikry, uomo maturo e scontroso.

Dopo l'incidente d'auto nel quale ha perso la moglie il suo stile di vita si è lentamente deteriorato, passando dalla solitudine all'isolamento. Una forma di autocommiserazione a margine della quale la vita si trascina e i buoni rapporti sociali sono rinunciabili.

Lo sa bene Amelia Loman, agente della Knightley Press che si reca sull'isola in sostituzione del collega per proporgli la cedola invernale di libri novità.

Un incontro tutt'altro che piacevole.

Tuttavia, quella stessa notte il Sig. Fikry si addormenta dopo una sbornia casalinga e al suo risveglio scopre di aver subito un furto. Il prezioso «Tamerlane», l'opera prima scritta da E.A. Poe gli è stata sottratta.

Pur se in stato confusionale l'uomo si reca alla vicina stazione di polizia dove il Commissario Lambiase raccoglie la sua denuncia.

L'indagine però non porta a niente se non ad una coincidenza. Poco tempo dopo la sparizione del libro Fikry riceve un inaspettato dono: Maya, una bambina di appena 25 mesi. La madre gliela lascia con un biglietto dal quale trapela la disperazione di una giovane donna il cui corpo ben presto sarebbe riaffiorato dalle acque. Suicidio.

Una bambina è per Fikry un universo sconosciuto. L'ultima frontiera di un mondo che gli si apre davanti con infinite possibilità. Una sfida difficile che però risveglia in lui l'amore e con esso la scelta di diventarne affidatario.

«C'è qualcosa di eroico nel fare il libraio e c'è qualcosa di eroico nell'adottare una bambina.» Tratto da “La misura della felicità” di Gabrielle Zevin, ed. Nord.

Maya conquisterà l'uomo e lo trasformerà portando con sè nuove grandiosità in una vita dove la felicità sembrava essere stata dimenticata in soffitta.

L'Autrice ha scritto un romanzo incentrato sull'apoteosi della svolta narrativa. Offre infatti una focalizzazione oggettiva organizzata sulla centralità degli eventi, esposti attraverso le conseguenze causali.

Geniale l'inversione narrativa che mantiene la dimensione sostanziale attraverso la soggettività dei protagonisti dalla quale si percepisce un amore teatrale per la messa in scena che scioglie i nodi della narrazione attraverso il dettato espositivo delle vicessitudini.

«Quando prende un libro, la prima cosa che fa è annusarlo. Toglie la sovraccoperta, poi se lo avvicina al viso, in modo che le risguardie coprano le orecchie. Di solito, i libri profumano di sapone di papà, di erba, di mare, del tavolo della cucina, di formaggio o di una combinazione di alcune o di tutte queste cose». Tratto da “La misura della felicità” di Gabrielle Zevin, ed. Nord.

Tale metodologia espositiva è riccamente argomentata con semplicità stilistica. Periodi brevi, paratattici, circostanziati all'essenziale, per un testo fruibile che non rinuncia ad alcune concettualità di fondo, in particolare, riferite al mondo delle agenzie e dei concorsi letterari.

Tutto ciò si produce in un indubbio vantaggio per il lettore perchè basilarmente la trama è tutt'altro che originale. A ben guardare infatti, tanto nella narrativa, nel piccolo come pure nel grande schermo i personaggi del romanzo sono già ampiamente conosciuti. Lo scontroso e burbero librario che incontra una più giovane donna metodica, con la passione per essere affascinata dal partner non è certo una novità. Trattasi infatti del noto dualismo della persona - fragilità / durezza - che si scontra con «l'altro». Il che si produce nel classico atteggiamento del passo indietro prima dei proverbiali due avanti, complice il timore riverenziale di un rapporto poco impegnativo se scarsamente stimolante.

«Non pensa quasi mai alla madre. Sa che è morta. E sa che «morto» è quando vai a dormire e non ti svegli più. Le dispiace molto per lei, perchè le persone che non si svegliano più non possono scendere in libreria, al piano di sotto, la mattina. Maya sa che la madre l'ha lasciata lì, a Island Books. Ma forse succede a tutti i bambini, prima o poi. Certi vengono lasciati nel negozio delle scarpe. Altri nel negozio dei giocattoli. E altri ancora nel negozio dei panini. E la tua vita è segnata dal negozio in cui vieni lasciato. Lei non vuole vivere nel negozio dei panini». Tratto da “La misura della felicità” di Gabrielle Zevin, ed. Nord.

Le figure di contorno sembrano fortemente ricamate sul genere della commedia romantica. Il non troppo sveglio Commissario Lambiase che scopre la passione per i romanzi, specialmente il giallo. La moglie insoddisfatta dello scrittore di fama che non è più la bella e giovane promessa dell'adolescenza. L'uomo di successo, scrittore amante delle donne e schiavo del suo clichè narrativo.

Tutto questo però, assume un altra veste grazie alla centralità della svolta narrativa. La cui costanza, come già osservato in precedenza, attribuisce al romanzo un climax costante e coinvolge il lettore con un empatia amichevole e diretta, simile al consiglio di un buon amico.

La lettura diventa stimolante e intraprendente dal punto di vista emotivo.

Ogni espediente, a cominciare dal mistero della sparizione del Tamerlane che tuttavia rianima la vita dell'uomo e lo proietta verso una dimensione della felicità a lui ormai preclusa diventa quella stessa cifra stilistica che poi l'Autrice sottolinea nella prima adolescenza della non più bambina Maya.

«La misura della felicità» è un romanzo che ho letto con crescente piacevolezza e che pertanto mi sento di consigliare ai lettori. In particolare a coloro che amano le citazioni letterarie, non solo dei testi conosciuti, ma anche di quelli più contemporanei. Ce ne sono davvero tante ed è piacevole per un lettore scoprire che si conoscono, se non tutti, gran parte di questi personaggi della carta stampata.

Marco Solferini (critico, agente letterario e ghostwriter)
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