venerdì 27 gennaio 2017

Giustizia, non vendetta.

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Giustizia non vendetta

Autore: Simon Wiesenthal
Genere: drammatico, storico.

In quest'opera l'Autore, celebre per l'appellativo di “cacciatore di nazisti” ci narra la sua storia. Personale e struggente. Da un lato. Quello di chi ha potuto vivere in prima persona la macchina di morte più atroce del 900 L'Olocausto.

Ma una storia anche coraggiosa e infaticabile. Un elencazione di circostanze e di dialoghi orientati a quella che è stata la successiva “caccia” su scala mondiale a coloro che, nel III° Reich e nel partito nazista furono non solo volontari carnefici della macchina di morte antisemita ma anche stretti collaborazionisti.

Due sono i criminali che incontriamo in questo romanzo e per i quali è bene tenere viva la memoria.

In primis gli assassini. Possiamo chiamarli in tanti modi ma chi estingue una vita è anzitutto un assassino. Sono coloro che hanno ucciso. Per futilità. Odio. Tornaconto. Ignoranza. Costoro, anche se in proporzioni disumane, sono anzitutto gli assassini. E ben inteso non possiamo certo limitarci a chi ha premuto il grilletto. Ma anche a coloro che hanno “ordinato” gli omicidi. Come pure a chi, più vigliaccamente, si è nascosto dietro la semplice esecuzione di ordini.

Perchè l'Autore ha dato la caccia a tutti coloro che si sono resi, a diversi livelli, responsabili di crimini atroci. Anzitutto contro l'umano senso di civiltà. Il negazionismo della ragione. L'annullamento nichilista dell'evoluzione. Una grande raccolta di atti, prove, testimonianze. A futura memoria.

Ecco chi erano nell'elencazione e nelle spiegazioni che fornisce l'Autore, i carnefici nazisti.

E spesso l'Autore si sofferma sul concetto di “spiegazione”. Nei suoi dialoghi, mentre cerca verità per onorare la giustizia, si accorge che coloro con cui parla, a volte persino chi, riluttante o meno, lo aiuta, non comprendono fino a fondo le sue motivazioni. Si fermano al semplice desiderio di vendetta.

Ma, ed è questa la seconda categoria di colpevoli che incontriamo nel romanzo, oltre agli omicidiari sicari del nazismo ci sono coloro che hanno messo al servizio della macchina di morte le arti e la scienza. La tecnica. Fornendo metodi più rapidi e sicuri, persino meno costosi, per procedere all'eliminazione di un intero popolo.

Un contributo oscuro. Che non può rimanere impunito.

E che mi permette di svolgere una digressione. Arrivando ai giorni nostri. Nell'era dell'informazione e della comunicazione di massa dove però si è sviluppato il senso opposto, cioè l'incapacità di assimilare i contenuti.

Assistiamo partecipi all'era dove poco resta. Tutto passa. E passando si sciupa.

Anche oggi gli ebrei e il popolo di Israele sono costantemente oggetto di aggressioni. A volte fisiche, omicidiarie. Per il solo fatto di essere nati ebrei. Ma non solo. Sono oggetto di un odio meno diffuso. Più nascosto. Celato agli occhi della ragione che rende meno colpevoli e perseguibili. Un odio che si nasconde dietro le giustificazioni.

Assistiamo quindi a un diverso concetto di ritorsione.

Dove le vittime diventano in parte colpevoli.

Ma così non è. La mente dell'occidente sta partorendo una distrazione colpevole elaborata sulla base di un rifiuto meticolosamente orientato come un puzzle dove si mescolano i pezzi della conoscenza e della coscienza.

Ogni pezzetto cioè diventa parte di un teorema e quel teorema a sua volta rappresenta un ritrovato senso di antisemitismo.

Come negli anni 30, agli albori del Nazismo, tante, troppe persone si schierano contro Israele. In nome di una colorata moda pacifista le cui forme e colori sono una psichedelica caricatura di informazioni distorte annacquate da luoghi comuni più leggendari che responsabili. Il suo Popolo viene emarginato e isolato. Perseguitato da un vocabolario orientato a concepire situazioni, terminologie, attività, e quant'altro indichi un “pericolo”.

Non posso e certamente non voglio dimenticare i fatti atroci che si sono svolti nel passato ma vorrei che venissero trasmessi, oggi, non come un ricordo che è trapassato nella memoria nella convinzione che non si possa ripetere. All'opposto, esso andrebbe attualizzato. Ed è grazie ad opere immortali come questa che si può cogliere non tanto l'aspetto narrativo bensì il sottinteso elemento espositivo, a livello psicologico. Quel che resta. Ciò che è stato. Ciò che potrebbe tornare ad essere.

E nel romanzo l'indagine racconta prima di tutto le vittime. Impronte dimenticate nello sbiadire del tempo. Il loro desiderio di ottenere appunto giustizia non vendetta.

Oggi, tale compito, ricade su tutti noi affinchè il loro sacrificio non sia vano.

Consiglio vivamente a tutti questo romanzo.

Avv. Marco Solferini
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lunedì 16 gennaio 2017

Il libro dei Baltimore

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Il libro dei Baltimore

Autore: Joel Dicker
Genere: drammatico, sentimentale.

L'Autore ci presenta una una trama pulita e lineare. La storia di tre giovani. Da ragazzini a uomini maturi. Adulti con un passato in comune.

Una vicenda famigliare giocata su tre fronti narrativi.

Il passato, che comincia dall'adolescenza e prosegue nella maturità di quella che è la “Gang dei Baltimore”. Il presente del 2012. E un intermezzo, sei anni prima, che sembra una sorta di epilogo della più completa vicenda.

Prima di prodursi nel filone centrale cioè quello della storia dei giovani Goldman, Marcus di Montclair e i suoi cugini Woody e Hillel di Baltimore, l'Autore fornisce un approfondita analisi del sentore percepito dal protagonista, Marcus, avuto riguardo ai suoi ricordi.

In pratica definisce quella che è l'enfasi del paragone che via via diventerà una marginalizzazione che Marcus, il protagonista, ha sentito nella giovinezza relativamente al ramo ricco della Famiglia cui appartengono i cugini di Baltimore.

Il lettore quindi viene presentato alla storia, indottrinato al punto di vista che sarà quello del narratore in prima persona e pertanto acquisisce le movenze essenziali per spaziare nell'indagine del passato.

Quel che infatti emerge non è esattamente una storia bensì un insieme di rimembranze a mò di episodi tra loro collegati ma a ben guardare ciascuno autonomo. Dotato cioè di una propria categorizzazione. Troviamo infatti la conoscenza dell'amico portatore di handicap, il bullismo, l'amore adolescenziale, l'ambizione, l'invidia, il realismo.

Sono episodi inseriti nello scheletro della narrazione di base.

Non penso che si possa parlare di epopea dei Baltimore in quanto il testo pur se scritto in maniera semplice, visiva e di facile percezione manca di un livello introspettivo che lo elevi a opera letteraria per qualità superiore. I capitoli episodici sono accattivanti ma anche molto scontati.

In ogni caso la centralità dei protagonisti è influenzata dal loro essere degli stereotipi dichiaratamente recitati fino in fondo. La personalità di ciascuno ne risente. Capisco la necessità di inserire la forza in persona dell'atleta ragazzo difficile dal passato “povero” adottato dai Baltimore (Woody) e un suo paradossale opposto rivisitato nella sapienza dell'intellettuale dialetticamente abile con le parole, ma fisicamente debole (Hillel).

Tuttavia un individuo non è “solo” questo. Può esserci un tratto saliente del carattere ma non può esserci solo quello.

Invece in questo romanzo ci sono centinaia di pagine dove viene riciclato unicamente questo aspetto e per effetto il lettore sa già cosa aspettarsi. Cambia il contesto, anche in ragione all'età dei protagonisti, ma la tecnica rimane la medesima e il risultato anche. Manca, appunto, il salto di qualità che non arriva dopo le prime 100 pagine come pure fino alla fine.

Adattamento non è evoluzione. Il narratore sapiente, lo scrittore di talento ben conosce la differenza e organizza il “montaggio” delle proprie disquisizioni a mò d'esempio in virtù di quella che è lo scheletro narrativo. Altrimenti il risultato è un limbo. Come in questo caso.

Il protagonista non è altro che l'unico “umano” in quanto esponendo con manierismo introspettivo il proprio punto di vista è colui che residua a misura d'uomo. Nel bene e nel male. Il rapporto di empatia si sviluppa non per ammirazione ma per assimilazione cioè per una simpatia verso l'unico che non è uno stereotipo.

Purtroppo dal punto di vista della focalizzazione soggettiva pretendo di più. Potrei soffermarmi sui grandi classici della letteratura dell'est e sulle profondità cognitive di un espressione più armonica e generosa dell'essere umano concepito, destrutturato, rinato e riproposto al lettore, ma pur non ambendo a toccare queste cime devo anche, in quanto lettore, celebrare la mia personale ricerca introspettiva che “chiede e pretende” da un Autore qualcosa di più.

L'amore ha un ruolo essenziale nello sviluppo della storia. Ma il personaggio femminile, Alexandra, è un disastroso esempio “uso e getta”. Del tutto funzionale ai singoli episodi la sua indole è martirizzata dall'essere l'oggetto del desiderio di tutti i protagonisti mentre lei è un involucro vuoto, per niente approfondito. Una femminilità ridotta alla sessualità. Alla bellezza che abbaglia e coinvolge ma senza un anima di fondo di cui effettivamente innamorarsi.

L'insieme di questo romanzo è una serie di tentativi a mio parere falliti. La figura dello zia Saul che rivela fragilità, debolezze e incongruenze di fondo fino a portare a delle rivelazioni anche poco probabili sulla storia della Famiglia e sull'episodio definito “la tragedia” ne è un esempio abbastanza evidente. Un catalizzatore che serve per “spiegare” gli eventi e che in modo argilloso viene usato a questo solo scopo.

Con tecnica pirandelliana lo scrittore introduce l'evento “tragedia” sempre prossimo fin dall'inizio del romanzo e teoricamente rivelatore che poi ci viene raccontato dopo centinaia di pagine come se fosse l'atteso climax narrativo attorno al quale la cifra letteraria dell'Autore avrebbe dovuto costruire personaggi il cui spessore sarebbe dovuto essere funzionale proprio allo svolgimento finale. Un metodo di costruire la narrazione che coinvolge e crea aspettativa. Molto ambizioso e difficilissimo da realizzare.

Il risultato è scadente. Per nulla credibile tanto nella dinamica dei fatti quanto nelle scelte comportamentali. Il lettore si troverà a storcere il naso patendo un senso di angoscia che non trova alcun riscontro risolvendosi in un classico amaro in bocca.

“Il libro dei Baltimore” è stato per me un romanzo mediocre, a tratti scadente. Mi è piaciuto poco se non addirittura per niente laddove ho faticato a salvare singole parti anche nell'ottica di sfoltire qualche centinaio di pagine per individuare un corpus narrativo di miglior pregio.

Lo sconsiglio.


Avv. Marco Solferini
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mercoledì 20 luglio 2016

La femmina nuda

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La femmina nuda

Autore: Elena Stancanelli
Genere: drammatico, sentimentale.

La protagonsita di questo romanzo è Anna, una donna non più giovanissima e vede naufragare la sua storia d'amore con Davide dopo 5 anni di relazione.

Un evento distruttivo che come un domino si rovescia su tutti gli aspetti della sua vita. Dal lavoro, alle relazioni sociali, dal carattere ai rapporti con l'altro sesso.

La situazione peggiora quando lei si rende conto che non solo Davide la tradiva (cosa che a più riprese la protagonista confessa di aver fatto anche lei) ma potrebbe aver trovato una donna da amare. Con cui quindi raggiungere un livello di coinvolgimento cui Anna non è arrivata.

Maniacalità, paranoia, autolesionismo, smarrimento. Emergono i tratti più “grigi” della sua personalità ferita, dolorante, in preda cioè a un malessere impastato. Simile a un rapimento della sua personalità rinata in questa sorta di oscurità un po' lasciva e nel contempo affetta da una deprivazione costante di piaceri e soddisfazioni.

Riuscirà a riemergere o finirà per annegare definitivamente? Il riscatto sembra vicino ma nel contempo le ricadute lo sono altrettanto.

Sul filo del rasoio Anna si mette in gioco cercando la rivale in amore. Per capire chi sia e cosa abbia in più di lei. Comincia quindi un gioco pericoloso in cui diventerà persino amica e complice di questa donna senza rivelare le sue intenzioni anche se a un certo punto nemmeno lei sembra conoscerle.

Il tema non è nuovo: l'abbandono.

Ciò che mi ha interessato è il fatto che la protagonista è una donna matura (ha sicuramente compiuto 44 anni perchè nel romanzo è citato il giorno del compleanno) e il riassunto del suo dramma è raccontato a un amica del cuore. Il romanzo infatti è una lunga lettera scritta con le velleità espositive della confessione liberatoria.

Le prime pagine mi avevano fatto ben sperare poi purtroppo ho sofferto una grande difficoltà nella lettura.

Anzitutto ritengo che il personaggio della protagonista sia troppo indefinito. E' affetto da ambiguità che lo rendono nel transfer con il lettore poco simpatico e men che meno credibile. Pare infatti che questa Anna si racconti in un modo ma di fatto sia ben diversa. La sensazione è che l'Autrice insegua un rapporto empatico con il lettore (più facile che sia la lettrice) per individuare un patimento emotivo condiviso. Il classico senso di intima complicità di chi leggendo automaticamente pensa: “ci sono passata anch'io” o simili.

Quando ti succede qualcosa di brutto, un incidente, una malattia, o qualcosa di stupido ma incredibilmetne doloroso come è successo a me, diventi una persona danneggiata. Per sempre. Sono come uno strumento qualsiasi che sia caduto a terra. Lo aggiusti e funziona di nuovo, ma conserva in sé il trauma di quella caduta. Non sappiamo quando, non sappiamo neanche se, ma potrebbe guastarsi di nuovo. E sarebbe ancora una conseguenza di quella vecchia caduta”. Tratto da “La femmina nuda” di Elena Stancanelli, ed. La nave di Teseo.

Di fatto tutto ciò si risolve in una forzatura.

Onestamente non ho compreso quali doti abbia questa Anna. Dove annidino i suoi interessi e cosa la renda desiderabile. Mi sembra all'opposto una persona qualunquista convinta di essere speciale. Scarni gli approfondimenti razionali e realisti sulle sue scelte, a tratti quasi patologiche, compiute nel passato con questo Davide (oggetto del desiderio, inspiegabile, di parecchie donne in quanto nemmeno lui sembra una “cima”).

C'è una quota di sofferenza enorme nella vita”. Tratto da “La femmina nuda” di Elena Stancanelli, ed. La nave di Teseo.

La sensazione è che sia una donna ostinata a voler far andare avanti (o far funzionare) le cose come vorrebbe lei.

Quel che pertanto accade è che fallisce sotto questo aspetto di controllo esterno della realtà circostante affettiva e quale conseguenza, tracolla anche caratterialmente.

Un duro colpo dovuto anche all'età, non più giovanissima.

Ecco quindi che si aprono due filoni. Uno è quello dell'ossessione verso il suo ex. Il classico (e adolescenziale) sapere dove va, con chi, quando e possibilmente perchè. L'ho trovato eccessivo e dal punto di vista espositivo troppo insistito.

L'Autrice individua una fattispecie e poi ci ritorna continuamente. Un periodo di mezza pagina diventa di due o tre. Ma il succo è lo stesso. Si cerca la frase ad effetto. E va osservato che spesso la trova.

La sala era satura dell'odore un po' schifoso di mare e di sesso che emanano i molluschi. Un odore fangoso, forte. L'odore delle cime rimaste a lungo arrotolate sulle navi, delle foglie, delle cose sepolte”. Tratto da “La femmina nuda” di Elena Stancanelli, ed. La nave di Teseo.

Il che depone a favore di una scrittura creativa che c'è. Esiste. Grida: “presente!” Tuttavia viene utilizzata in modo filosoficamente escatologico e troppo spesso in maniera cumulativa, rafforzativa. Il peggio l'ho riscontrato nel capitoletto dedicato all'applicazione per cellulare che consente di individuare dove si trovi il proprietario. Mettere insieme frasi ad effetto non le rende eleganti. Utilizzare termini inusuali che denotano una buona conoscenza della lingua italiana, in chiave paratattica, cercando cioè di assimilarli con la sintesi è semmai una dote da giornalisti ma non da scrittori. Una confusione che spesso si verifica nel panorama letterario contemporaneo.

Il secondo filone è quello, telegrafato, dell'autolesionismo. O meglio “del buttarsi via”. La donna disillusa che si abbandona come un naufrago alle intemperanze della vita. Poco trucco, scarsa cura di sé, un carattere che diventa umorale, tra l'algido e lo scontroso. Un essere introversi ai limiti dell'incomprensibile come se volesse demarcare il territorio diventato una terra di nessuno.

Da un certo punto in poi la chiave di tutto è diventata l'umiliazione. Fin quando ci siamo frequentati ci umiliavamo insultandoci. Poi quando abbiamo iniziato a vivere in due case diverse senza però riuscire a stare separati davvero, siamo passati a umiliazioni più profonde. Per esempio, facevamo in modo che l'altro compisse azioni disgustose, per potergliele poi rinfacciare”. Tratto da “La femmina nuda” di Elena Stancanelli, ed. La nave di Teseo.

E naturalmente il sesso. L'Autrice non fa che ribadire quanto volte Anna si fa “scopare” un po' da tutti. Il termine è volutamente duro e crudo. Sinonimo di un sesso senza amore. Rapporti consumati con sconosciuti nell'alveo dell'approssimazione. Ogni tanto anche con il suo ex. Insomma una parabola discendente.

Tutto ciò non impietosisce perchè più la si conosce questa Anna più viene il dubbio che la sua vera natura sia proprio questa. E' un po' mignotta (dove questo “un pò” lo valuteranno i lettori). Tradiva pure lei però con una sofisticata scusa psicologica che fa un po' più sorridere che altro.. poi tutte queste “bottarelle” in corso d'opera peraltro anche in chiusura in quanto con l'ultimo post scriptum ci delucida sul “contentino” dato anche a quello che sembrava esserselo risparmiato. Vabbè.. de gustibus.

La figura maschile è poco approfondita in tutti i sensi. Gli stereotipi dei maschi presenti sono orientati all'essere volutamente patetici (sembrano usciti da quelle serate al femminile dove il gentil sesso si dedica a una critica da sfogo verso gli uomini attorno a un tavolo con qualche drink colorato a far da compagnia più delle idee).

Gli uomini della scrittrice sono affetti da una drammatica superficialità e le loro colpe sono a volte anche definite con qualche nota di femminismo da rivalsa che ritengo rendano questo romanzo poco appetibile al pubblico maschile. E anche a quello femminile che crede si possa pretendere qualcosa di più visto che di uomini ce ne sono tanti e non si può avere l'arroganza di conoscerli riducendoli tutti ai pochi (e forse sbagliati) di cui ci si è circondati (ma per colpa di altri o di se stessi?).

Si dice sempre che sarebbe meglio separarsi in fretta, ai primi sintomi. Non strascicare i rancori nella speranza ch col tempo la rabbia si ritrasformi in amore. La rabbia non si ritrasforma in amore, mai. Quando sei fortunata si trasforma in affetto, ma in amore mai”. Tratto da “La femmina nuda” di Elena Stancanelli, ed. La nave di Teseo.

Il finale è drammatico. Nel senso che a un certo punto monta una carica di coinvolgimento che sembra indirizzata ad un climax che porta il lettore a consumare con avidità le pagine nell'attesa del “coup de thèatre”. Il clima che si respira è quello della telenovela sudamericana ma và osservato che funziona e coinvolge per una ventina di pagine anche perchè la focalizzazione diventa più oggettiva nel contesto ambientale esterno. Purtroppo la scelta della “sequenza finale” è imbarazzante. Tra l'inutile e l'infantile, mette in prosa una sconfitta morale macroscopica. L'ultimo atto di una donna che, se per riscattarsi ha bisogno di così poco, allora vuol dire che non le è rimasto niente..giusto appunto farsi scopare di tanto in tanto (spesso, per la verità).

Tutti gli esseri umani pensano che il sesso che fanno gli altri sia migliore”. Tratto da “La femmina nuda” di Elena Stancanelli, ed. La nave di Teseo.

L'Autrice ha buone qualità espositive. A tratti anche più che buone (forse dovrebbe confrontarsi con un altro genere che potrebbe metterle in risalto) ma nel contesto di questo romanzo non coglie nel segno.

Mi è infatti piaciuto nella scrittrice (ma non nel romanzo) il carattere freddo, quasi kaleidoscopico, con il quale viene somministrata la rabbia. Una sorta di veleno a piccole dosi. Ho apprezzato la messa in prosa, quasi farsesca, di una realtà circostante che trasmuta rivelando la doppiezza camaleontica di quel che appare.

In questo l'Autrice ha dimostrato, dal mio punto di vista, un ottimizzazione della costruzione del periodo ipotetico rivolta a mettere in luce l'ampolloso gusto di ciò che sembra. L'ambiguità della tensione morale.

Infine mi ha trasmesso un intesa emotività quando ha affrontato l'agonia della cattiveria nella sua meticolosità che si trasmette come un virus all'essere umano e si metabolizza in questo rivivendo in lui. Diventandone una parte implicita. A tratti irrinunciabile.

Questi aspetti mi hanno colpito e mi hanno indiscutibilmente affascinato. Ma ribadisco: più nella scrittrice che nel romanzo.

Posso quindi pensare che “Nave di Teseo” abbia valutato per il tramite della sua redazione letteraria le qualità dell'Autrice, che ribadisco trovasse il genere e il soggetto potrebbe rappresentare un notevole successo editoriale, ma appunto non dell'opera che non mi pare all'altezza.

La donna nuda” è un romanzo molto mediocre, scarsamente coinvolgente il cui finale è tremendamente sottotono e affetto da una banalità diseducativa rispetto al costrutto psicologico che l'Autrice ha tentato (a tratti riuscendoci) di instaurare nelle corpo dell'opera.

Lo sconsiglio ai lettori.

Marco Solferini
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martedì 5 luglio 2016

Disordine

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Disordine

Autore: Joakim Zander
Genere: drammatico, thriller

Jasmine è fuggita, poco più che adolescente dal ghetto di di Bergort, un quartiere povero nella periferia di Stoccolma dove vivono molti arabi come lei. Immigrati in una terra difficile, dove il percorso di integrazione si è risolto in una stratificazione basata sulle differenze. Tante. Linguistiche. Usi e costumi. Religiose.

La sua fuga è disperata perchè sinonimo di sopravvivenza. O lei o il quartiere. O lei o qualcosa di oscuro che sembra volerla trascinare con sè. Una malevola predestinazione.

Un altra direzione, un altra vita. E lei aveva scelto quella, quasi senza pensarci. Se si vuole andare oltre, certi pensieri non si possono percorrere fino in fondo”. Tratto da “Disordine” di Joakim Zander, ed. Bompiani.

L'occasione arriva il giorno in cui suo fratello Fadi commette un ingenuità molto pericolosa. Un furto a una gang locale. L'atto di ribellione da parte di un piccolo gruppo di teppisti che frequentano gli ambienti delle bande più grandi. Jasmine decide di addossarsi la colpa e per questo di andarsene. In America. A New York. Insieme con il fidanzato aspirante artista.

Ma le cose non sono come sembrano nelle favole. David, il suo fidanzato diventa presto uno sconfitto che deambula tra l'alcolismo e l'incapacità lavorativa. Un peso per Jasmine. Che invece dimostra di possedere doti creative nello scoprire talenti che fanno “tendenza” nelle agenzie di marketing comunicativo.

Un giorno però, a distanza ormai di anni dalla sua fuga una notizia inaspettata. La morte di suo fratello Fadi. Ucciso in territorio di guerra. Mentre combatteva per una milizia islamica. Ma anche una rivelazione che smentisce quella morte. Fotografie scattate dopo. Fotografie che lo ritraggono ancora vivo.

Jasmine non può ignorare il fatto. Non può piangere un fratello che forse non è morto. Ma se non è così che cosa è successo? Per scoprirlo dovrà tornare nel quartiere. Affrontare i demoni del passato e quelli del presente.

Nel mentre ritroviamo Klara, già protagonista del romanzo “Il nuotatore” che oggi è impegnata a lavorare per un agenzia di diritti umani a Londra.

Arrivando da Gatwick, dal binario sopraelevato della ferrovia, Londra appare ancora come una città del futuro, l'orizzonte saturo di diamante e cobalto: grattacieli ritorti e altezzosi, luccicanti nel buio precoce della sera. Ma sotto lo skyline del futuro si snodano ancora strade e vicoli come le scale di Hogwarts, che conducono sempre in una ltra direzione rispetto a quella promessa. Sovraffollamento, sporcizia e smog. Visi smunti nella luce gialla dell'autobus e un sacchetto di patatine per cena. Ucraini e greci sottopagati si scansano per far passare le limousine dei cinesi. Londra è il rifacimento dickensiano di un oligarchia”. Tratto da “Disordine” di Joakim Zander, ed. Bompiani.

Un compito importante perchè nel breve si terrà una conferenza in Stoccolma nella quale il suo lavoro servirà per decidere se aprire o meno alla privatizzazione della sicurezza pubblica nei corpi di polizia.

Il suo presente però è molto difficile. Non ha una relazione seria, abusa spesso e troppo degli alcolici e continua a rivivere il passato: i fatti di sangue dei quali è stata protagonista involontaria e che l'hanno tremendamente segnata.

Fin quando non assiste all'omicidio del suo collega Patrick, spinto sotto un treno. Un ragazzo taciturno, più isolato degli altri, che stava svolgendo ricerche misteriose. Indagini che per pura casualità Klara apprende prima della sua morte. Una pista che porta ai servizi segreti, al passato di Fadi e alla Sterling Security una società di sicurezza privata in mano ai russi che forse ha degli interessi sugli esiti della conferenza di Stoccolma.

Azione e sviluppo narrativo seguono un ottimo filo logico conduttore. Non sono mai banali o forzati ma sempre ben inseriti nel contesto espositivo. A dimostrazione della capacità dello scrittore di gestire in modo organizzato gli sviluppi della narrazione. Fermo restando che lo stesso non si tira indietro quando c'è da accelerare in situazioni di pericolo o di conflitto a fuoco.

Mi giro e cerco a tastoni la pistola che Dakhil ha lasciato a terra, la pistola che avevo con me quando sono arrivato. Scivola, ma riesco ad afferrarla e mi rigiro, sento le mani abbrancarne il calcio, il sangue rapprendermisi in faccia. Non rifletto, mi giro sul fianco e basta, entrambe le mani tese in avanti, a un metro o due appena da al-Amin. Chiudo gli occhi e premo il grilletto”. Tratto da “Disordine” di Joakim Zander, ed. Bompiani.

Gruppi paramilitari, arruolamenti nella jihad, indagini, sotterfugi, misteri. Ma anche sommosse popolari, servizi segreti e interessi multimilionari nella sicurezza privata. Un mix di eventi che narrano le vicende di tre protagonisti: Jasmine, Klara e Fadi. Quest'ultimo irretito dalla guerra santa, vive la sua catartica rinascita che lo porta a diventare un guerriero e un aspirante martire.

Non ho paura della morte, desidero il paradiso, desidero servire Allah, sia gloria a Lui”. Tratto da “Disordine” di Joakim Zander, ed. Bompiani.

L'Autore conferma le sue alte qualità descrittive. Un ottima coreografia ambientale che permette di circoscrivere l'area in cui si svolge l'azione. Intensi gli approfondimenti sulla psicologia dei personaggi. L'indagine conoscitiva è introspettiva e permette al lettore di sviluppare una simbiosi altamente personalizzata con ciascuno di essi.

Ecco come appare la mia jihad. Non come una spada, ma come una spazzola con cui lucidare le scarpe dei fratelli. Non una pallottola roteante, diritta e rivolta contro la testa del nemico, ma un bossolo abbandonato a terra senza significato”. Tratto da “Disordine” di Joakim Zander, ed. Bompiani.

Il risultato è un transfer credibile delle scelte che questi compiono e un immedesimazione narrativa che si risolve in una piacevolissima focalizzazione oggettiva delle scene, al presente come al passato.

Il tutto spesso arricchito da metafore e allegorie di pregio che testimoniano le ottime doti espositive dell'Autore.

Un raggio di sole si era fatto strada attraverso i vetri sporchi per atterrare sul pavimento come un bicchiere di succo d'arancia rovesciato”. Tratto da “Disordine” di Joakim Zander, ed. Bompiani.

Interessante l'evoluzione del pensiero jihadista di Fadi. Un tema di sicura attualità che viene affrontato con sobrietà e coerenza. Il sentimento di forza interiore e convincimento del giovane si scontra con una realtà diversa, a tratti manipolatrice, dove una vocazione viene strumentalizzata e persino indirizzata.

Mi sono riempito di quel nulla, di un vuoto senza spazio, senza limiti, che chiude i resto dentro e fuori allo stesso tempo, e sprofondo come un campana subacquea, nera e pesante, completamente solo. E' come se il mio cervello riuscisse a comprendere e capire la portata di quelle che a nessuno è permesso capire: niente è importante”. Tratto da “Disordine” di Joakim Zander, ed. Bompiani.

L'Autore coglie a mio avviso nel segno perchè rispetta il profondo sentimento religioso di devozione e nel contempo mette in guardia dalle ambiguità degli uomini.

Adesso vedo l'ignoranza e la cattiveria, a Gaza e in Siria come qui, nel Quartiere, dove siamo segregati e chiusi fuori allo stesso tempo, ancorati alla periferia, senza futuro, senza storia, in balia di persone corrotte senza morale, di persone che non si possono rispettare, di uno stato senza Dio a cui manca ogni legittimità”. Tratto da “Disordine” di Joakim Zander, ed. Bompiani.

Il ritmo sale d'intensità con il passare delle pagine. Le indagini dei protagonisti si susseguono a colpi di scena e la pericolosità assume un ruolo predominante in un contesto sempre drammatico. Un inquietudine che sembra fuoriuscita da uno scenario di spionaggio.

Organizzato bene, con un esposizione efficace e lineare. Ben argomentato e sviluppato “Disordine” è un ottimo romanzo adatto a molteplici gusti, dal drammatico, al thriller, dallo spionaggio all'azione.

Da qualche parte deve pur esserci un mare che possa accoglierci entrambi. E poi che esploda il mondo intero”. Tratto da “Disordine” di Joakim Zander, ed. Bompiani.

Ho letto con piacere questo secondo romanzo di Joakim Zander e lo consiglio a tutti i lettori.

Marco Solferini
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