lunedì 16 gennaio 2017

Il libro dei Baltimore

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Il libro dei Baltimore

Autore: Joel Dicker
Genere: drammatico, sentimentale.

L'Autore ci presenta una una trama pulita e lineare. La storia di tre giovani. Da ragazzini a uomini maturi. Adulti con un passato in comune.

Una vicenda famigliare giocata su tre fronti narrativi.

Il passato, che comincia dall'adolescenza e prosegue nella maturità di quella che è la “Gang dei Baltimore”. Il presente del 2012. E un intermezzo, sei anni prima, che sembra una sorta di epilogo della più completa vicenda.

Prima di prodursi nel filone centrale cioè quello della storia dei giovani Goldman, Marcus di Montclair e i suoi cugini Woody e Hillel di Baltimore, l'Autore fornisce un approfondita analisi del sentore percepito dal protagonista, Marcus, avuto riguardo ai suoi ricordi.

In pratica definisce quella che è l'enfasi del paragone che via via diventerà una marginalizzazione che Marcus, il protagonista, ha sentito nella giovinezza relativamente al ramo ricco della Famiglia cui appartengono i cugini di Baltimore.

Il lettore quindi viene presentato alla storia, indottrinato al punto di vista che sarà quello del narratore in prima persona e pertanto acquisisce le movenze essenziali per spaziare nell'indagine del passato.

Quel che infatti emerge non è esattamente una storia bensì un insieme di rimembranze a mò di episodi tra loro collegati ma a ben guardare ciascuno autonomo. Dotato cioè di una propria categorizzazione. Troviamo infatti la conoscenza dell'amico portatore di handicap, il bullismo, l'amore adolescenziale, l'ambizione, l'invidia, il realismo.

Sono episodi inseriti nello scheletro della narrazione di base.

Non penso che si possa parlare di epopea dei Baltimore in quanto il testo pur se scritto in maniera semplice, visiva e di facile percezione manca di un livello introspettivo che lo elevi a opera letteraria per qualità superiore. I capitoli episodici sono accattivanti ma anche molto scontati.

In ogni caso la centralità dei protagonisti è influenzata dal loro essere degli stereotipi dichiaratamente recitati fino in fondo. La personalità di ciascuno ne risente. Capisco la necessità di inserire la forza in persona dell'atleta ragazzo difficile dal passato “povero” adottato dai Baltimore (Woody) e un suo paradossale opposto rivisitato nella sapienza dell'intellettuale dialetticamente abile con le parole, ma fisicamente debole (Hillel).

Tuttavia un individuo non è “solo” questo. Può esserci un tratto saliente del carattere ma non può esserci solo quello.

Invece in questo romanzo ci sono centinaia di pagine dove viene riciclato unicamente questo aspetto e per effetto il lettore sa già cosa aspettarsi. Cambia il contesto, anche in ragione all'età dei protagonisti, ma la tecnica rimane la medesima e il risultato anche. Manca, appunto, il salto di qualità che non arriva dopo le prime 100 pagine come pure fino alla fine.

Adattamento non è evoluzione. Il narratore sapiente, lo scrittore di talento ben conosce la differenza e organizza il “montaggio” delle proprie disquisizioni a mò d'esempio in virtù di quella che è lo scheletro narrativo. Altrimenti il risultato è un limbo. Come in questo caso.

Il protagonista non è altro che l'unico “umano” in quanto esponendo con manierismo introspettivo il proprio punto di vista è colui che residua a misura d'uomo. Nel bene e nel male. Il rapporto di empatia si sviluppa non per ammirazione ma per assimilazione cioè per una simpatia verso l'unico che non è uno stereotipo.

Purtroppo dal punto di vista della focalizzazione soggettiva pretendo di più. Potrei soffermarmi sui grandi classici della letteratura dell'est e sulle profondità cognitive di un espressione più armonica e generosa dell'essere umano concepito, destrutturato, rinato e riproposto al lettore, ma pur non ambendo a toccare queste cime devo anche, in quanto lettore, celebrare la mia personale ricerca introspettiva che “chiede e pretende” da un Autore qualcosa di più.

L'amore ha un ruolo essenziale nello sviluppo della storia. Ma il personaggio femminile, Alexandra, è un disastroso esempio “uso e getta”. Del tutto funzionale ai singoli episodi la sua indole è martirizzata dall'essere l'oggetto del desiderio di tutti i protagonisti mentre lei è un involucro vuoto, per niente approfondito. Una femminilità ridotta alla sessualità. Alla bellezza che abbaglia e coinvolge ma senza un anima di fondo di cui effettivamente innamorarsi.

L'insieme di questo romanzo è una serie di tentativi a mio parere falliti. La figura dello zia Saul che rivela fragilità, debolezze e incongruenze di fondo fino a portare a delle rivelazioni anche poco probabili sulla storia della Famiglia e sull'episodio definito “la tragedia” ne è un esempio abbastanza evidente. Un catalizzatore che serve per “spiegare” gli eventi e che in modo argilloso viene usato a questo solo scopo.

Con tecnica pirandelliana lo scrittore introduce l'evento “tragedia” sempre prossimo fin dall'inizio del romanzo e teoricamente rivelatore che poi ci viene raccontato dopo centinaia di pagine come se fosse l'atteso climax narrativo attorno al quale la cifra letteraria dell'Autore avrebbe dovuto costruire personaggi il cui spessore sarebbe dovuto essere funzionale proprio allo svolgimento finale. Un metodo di costruire la narrazione che coinvolge e crea aspettativa. Molto ambizioso e difficilissimo da realizzare.

Il risultato è scadente. Per nulla credibile tanto nella dinamica dei fatti quanto nelle scelte comportamentali. Il lettore si troverà a storcere il naso patendo un senso di angoscia che non trova alcun riscontro risolvendosi in un classico amaro in bocca.

“Il libro dei Baltimore” è stato per me un romanzo mediocre, a tratti scadente. Mi è piaciuto poco se non addirittura per niente laddove ho faticato a salvare singole parti anche nell'ottica di sfoltire qualche centinaio di pagine per individuare un corpus narrativo di miglior pregio.

Lo sconsiglio.


Avv. Marco Solferini
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mercoledì 20 luglio 2016

La femmina nuda

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La femmina nuda

Autore: Elena Stancanelli
Genere: drammatico, sentimentale.

La protagonsita di questo romanzo è Anna, una donna non più giovanissima e vede naufragare la sua storia d'amore con Davide dopo 5 anni di relazione.

Un evento distruttivo che come un domino si rovescia su tutti gli aspetti della sua vita. Dal lavoro, alle relazioni sociali, dal carattere ai rapporti con l'altro sesso.

La situazione peggiora quando lei si rende conto che non solo Davide la tradiva (cosa che a più riprese la protagonista confessa di aver fatto anche lei) ma potrebbe aver trovato una donna da amare. Con cui quindi raggiungere un livello di coinvolgimento cui Anna non è arrivata.

Maniacalità, paranoia, autolesionismo, smarrimento. Emergono i tratti più “grigi” della sua personalità ferita, dolorante, in preda cioè a un malessere impastato. Simile a un rapimento della sua personalità rinata in questa sorta di oscurità un po' lasciva e nel contempo affetta da una deprivazione costante di piaceri e soddisfazioni.

Riuscirà a riemergere o finirà per annegare definitivamente? Il riscatto sembra vicino ma nel contempo le ricadute lo sono altrettanto.

Sul filo del rasoio Anna si mette in gioco cercando la rivale in amore. Per capire chi sia e cosa abbia in più di lei. Comincia quindi un gioco pericoloso in cui diventerà persino amica e complice di questa donna senza rivelare le sue intenzioni anche se a un certo punto nemmeno lei sembra conoscerle.

Il tema non è nuovo: l'abbandono.

Ciò che mi ha interessato è il fatto che la protagonista è una donna matura (ha sicuramente compiuto 44 anni perchè nel romanzo è citato il giorno del compleanno) e il riassunto del suo dramma è raccontato a un amica del cuore. Il romanzo infatti è una lunga lettera scritta con le velleità espositive della confessione liberatoria.

Le prime pagine mi avevano fatto ben sperare poi purtroppo ho sofferto una grande difficoltà nella lettura.

Anzitutto ritengo che il personaggio della protagonista sia troppo indefinito. E' affetto da ambiguità che lo rendono nel transfer con il lettore poco simpatico e men che meno credibile. Pare infatti che questa Anna si racconti in un modo ma di fatto sia ben diversa. La sensazione è che l'Autrice insegua un rapporto empatico con il lettore (più facile che sia la lettrice) per individuare un patimento emotivo condiviso. Il classico senso di intima complicità di chi leggendo automaticamente pensa: “ci sono passata anch'io” o simili.

Quando ti succede qualcosa di brutto, un incidente, una malattia, o qualcosa di stupido ma incredibilmetne doloroso come è successo a me, diventi una persona danneggiata. Per sempre. Sono come uno strumento qualsiasi che sia caduto a terra. Lo aggiusti e funziona di nuovo, ma conserva in sé il trauma di quella caduta. Non sappiamo quando, non sappiamo neanche se, ma potrebbe guastarsi di nuovo. E sarebbe ancora una conseguenza di quella vecchia caduta”. Tratto da “La femmina nuda” di Elena Stancanelli, ed. La nave di Teseo.

Di fatto tutto ciò si risolve in una forzatura.

Onestamente non ho compreso quali doti abbia questa Anna. Dove annidino i suoi interessi e cosa la renda desiderabile. Mi sembra all'opposto una persona qualunquista convinta di essere speciale. Scarni gli approfondimenti razionali e realisti sulle sue scelte, a tratti quasi patologiche, compiute nel passato con questo Davide (oggetto del desiderio, inspiegabile, di parecchie donne in quanto nemmeno lui sembra una “cima”).

C'è una quota di sofferenza enorme nella vita”. Tratto da “La femmina nuda” di Elena Stancanelli, ed. La nave di Teseo.

La sensazione è che sia una donna ostinata a voler far andare avanti (o far funzionare) le cose come vorrebbe lei.

Quel che pertanto accade è che fallisce sotto questo aspetto di controllo esterno della realtà circostante affettiva e quale conseguenza, tracolla anche caratterialmente.

Un duro colpo dovuto anche all'età, non più giovanissima.

Ecco quindi che si aprono due filoni. Uno è quello dell'ossessione verso il suo ex. Il classico (e adolescenziale) sapere dove va, con chi, quando e possibilmente perchè. L'ho trovato eccessivo e dal punto di vista espositivo troppo insistito.

L'Autrice individua una fattispecie e poi ci ritorna continuamente. Un periodo di mezza pagina diventa di due o tre. Ma il succo è lo stesso. Si cerca la frase ad effetto. E va osservato che spesso la trova.

La sala era satura dell'odore un po' schifoso di mare e di sesso che emanano i molluschi. Un odore fangoso, forte. L'odore delle cime rimaste a lungo arrotolate sulle navi, delle foglie, delle cose sepolte”. Tratto da “La femmina nuda” di Elena Stancanelli, ed. La nave di Teseo.

Il che depone a favore di una scrittura creativa che c'è. Esiste. Grida: “presente!” Tuttavia viene utilizzata in modo filosoficamente escatologico e troppo spesso in maniera cumulativa, rafforzativa. Il peggio l'ho riscontrato nel capitoletto dedicato all'applicazione per cellulare che consente di individuare dove si trovi il proprietario. Mettere insieme frasi ad effetto non le rende eleganti. Utilizzare termini inusuali che denotano una buona conoscenza della lingua italiana, in chiave paratattica, cercando cioè di assimilarli con la sintesi è semmai una dote da giornalisti ma non da scrittori. Una confusione che spesso si verifica nel panorama letterario contemporaneo.

Il secondo filone è quello, telegrafato, dell'autolesionismo. O meglio “del buttarsi via”. La donna disillusa che si abbandona come un naufrago alle intemperanze della vita. Poco trucco, scarsa cura di sé, un carattere che diventa umorale, tra l'algido e lo scontroso. Un essere introversi ai limiti dell'incomprensibile come se volesse demarcare il territorio diventato una terra di nessuno.

Da un certo punto in poi la chiave di tutto è diventata l'umiliazione. Fin quando ci siamo frequentati ci umiliavamo insultandoci. Poi quando abbiamo iniziato a vivere in due case diverse senza però riuscire a stare separati davvero, siamo passati a umiliazioni più profonde. Per esempio, facevamo in modo che l'altro compisse azioni disgustose, per potergliele poi rinfacciare”. Tratto da “La femmina nuda” di Elena Stancanelli, ed. La nave di Teseo.

E naturalmente il sesso. L'Autrice non fa che ribadire quanto volte Anna si fa “scopare” un po' da tutti. Il termine è volutamente duro e crudo. Sinonimo di un sesso senza amore. Rapporti consumati con sconosciuti nell'alveo dell'approssimazione. Ogni tanto anche con il suo ex. Insomma una parabola discendente.

Tutto ciò non impietosisce perchè più la si conosce questa Anna più viene il dubbio che la sua vera natura sia proprio questa. E' un po' mignotta (dove questo “un pò” lo valuteranno i lettori). Tradiva pure lei però con una sofisticata scusa psicologica che fa un po' più sorridere che altro.. poi tutte queste “bottarelle” in corso d'opera peraltro anche in chiusura in quanto con l'ultimo post scriptum ci delucida sul “contentino” dato anche a quello che sembrava esserselo risparmiato. Vabbè.. de gustibus.

La figura maschile è poco approfondita in tutti i sensi. Gli stereotipi dei maschi presenti sono orientati all'essere volutamente patetici (sembrano usciti da quelle serate al femminile dove il gentil sesso si dedica a una critica da sfogo verso gli uomini attorno a un tavolo con qualche drink colorato a far da compagnia più delle idee).

Gli uomini della scrittrice sono affetti da una drammatica superficialità e le loro colpe sono a volte anche definite con qualche nota di femminismo da rivalsa che ritengo rendano questo romanzo poco appetibile al pubblico maschile. E anche a quello femminile che crede si possa pretendere qualcosa di più visto che di uomini ce ne sono tanti e non si può avere l'arroganza di conoscerli riducendoli tutti ai pochi (e forse sbagliati) di cui ci si è circondati (ma per colpa di altri o di se stessi?).

Si dice sempre che sarebbe meglio separarsi in fretta, ai primi sintomi. Non strascicare i rancori nella speranza ch col tempo la rabbia si ritrasformi in amore. La rabbia non si ritrasforma in amore, mai. Quando sei fortunata si trasforma in affetto, ma in amore mai”. Tratto da “La femmina nuda” di Elena Stancanelli, ed. La nave di Teseo.

Il finale è drammatico. Nel senso che a un certo punto monta una carica di coinvolgimento che sembra indirizzata ad un climax che porta il lettore a consumare con avidità le pagine nell'attesa del “coup de thèatre”. Il clima che si respira è quello della telenovela sudamericana ma và osservato che funziona e coinvolge per una ventina di pagine anche perchè la focalizzazione diventa più oggettiva nel contesto ambientale esterno. Purtroppo la scelta della “sequenza finale” è imbarazzante. Tra l'inutile e l'infantile, mette in prosa una sconfitta morale macroscopica. L'ultimo atto di una donna che, se per riscattarsi ha bisogno di così poco, allora vuol dire che non le è rimasto niente..giusto appunto farsi scopare di tanto in tanto (spesso, per la verità).

Tutti gli esseri umani pensano che il sesso che fanno gli altri sia migliore”. Tratto da “La femmina nuda” di Elena Stancanelli, ed. La nave di Teseo.

L'Autrice ha buone qualità espositive. A tratti anche più che buone (forse dovrebbe confrontarsi con un altro genere che potrebbe metterle in risalto) ma nel contesto di questo romanzo non coglie nel segno.

Mi è infatti piaciuto nella scrittrice (ma non nel romanzo) il carattere freddo, quasi kaleidoscopico, con il quale viene somministrata la rabbia. Una sorta di veleno a piccole dosi. Ho apprezzato la messa in prosa, quasi farsesca, di una realtà circostante che trasmuta rivelando la doppiezza camaleontica di quel che appare.

In questo l'Autrice ha dimostrato, dal mio punto di vista, un ottimizzazione della costruzione del periodo ipotetico rivolta a mettere in luce l'ampolloso gusto di ciò che sembra. L'ambiguità della tensione morale.

Infine mi ha trasmesso un intesa emotività quando ha affrontato l'agonia della cattiveria nella sua meticolosità che si trasmette come un virus all'essere umano e si metabolizza in questo rivivendo in lui. Diventandone una parte implicita. A tratti irrinunciabile.

Questi aspetti mi hanno colpito e mi hanno indiscutibilmente affascinato. Ma ribadisco: più nella scrittrice che nel romanzo.

Posso quindi pensare che “Nave di Teseo” abbia valutato per il tramite della sua redazione letteraria le qualità dell'Autrice, che ribadisco trovasse il genere e il soggetto potrebbe rappresentare un notevole successo editoriale, ma appunto non dell'opera che non mi pare all'altezza.

La donna nuda” è un romanzo molto mediocre, scarsamente coinvolgente il cui finale è tremendamente sottotono e affetto da una banalità diseducativa rispetto al costrutto psicologico che l'Autrice ha tentato (a tratti riuscendoci) di instaurare nelle corpo dell'opera.

Lo sconsiglio ai lettori.

Marco Solferini
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martedì 5 luglio 2016

Disordine

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Disordine

Autore: Joakim Zander
Genere: drammatico, thriller

Jasmine è fuggita, poco più che adolescente dal ghetto di di Bergort, un quartiere povero nella periferia di Stoccolma dove vivono molti arabi come lei. Immigrati in una terra difficile, dove il percorso di integrazione si è risolto in una stratificazione basata sulle differenze. Tante. Linguistiche. Usi e costumi. Religiose.

La sua fuga è disperata perchè sinonimo di sopravvivenza. O lei o il quartiere. O lei o qualcosa di oscuro che sembra volerla trascinare con sè. Una malevola predestinazione.

Un altra direzione, un altra vita. E lei aveva scelto quella, quasi senza pensarci. Se si vuole andare oltre, certi pensieri non si possono percorrere fino in fondo”. Tratto da “Disordine” di Joakim Zander, ed. Bompiani.

L'occasione arriva il giorno in cui suo fratello Fadi commette un ingenuità molto pericolosa. Un furto a una gang locale. L'atto di ribellione da parte di un piccolo gruppo di teppisti che frequentano gli ambienti delle bande più grandi. Jasmine decide di addossarsi la colpa e per questo di andarsene. In America. A New York. Insieme con il fidanzato aspirante artista.

Ma le cose non sono come sembrano nelle favole. David, il suo fidanzato diventa presto uno sconfitto che deambula tra l'alcolismo e l'incapacità lavorativa. Un peso per Jasmine. Che invece dimostra di possedere doti creative nello scoprire talenti che fanno “tendenza” nelle agenzie di marketing comunicativo.

Un giorno però, a distanza ormai di anni dalla sua fuga una notizia inaspettata. La morte di suo fratello Fadi. Ucciso in territorio di guerra. Mentre combatteva per una milizia islamica. Ma anche una rivelazione che smentisce quella morte. Fotografie scattate dopo. Fotografie che lo ritraggono ancora vivo.

Jasmine non può ignorare il fatto. Non può piangere un fratello che forse non è morto. Ma se non è così che cosa è successo? Per scoprirlo dovrà tornare nel quartiere. Affrontare i demoni del passato e quelli del presente.

Nel mentre ritroviamo Klara, già protagonista del romanzo “Il nuotatore” che oggi è impegnata a lavorare per un agenzia di diritti umani a Londra.

Arrivando da Gatwick, dal binario sopraelevato della ferrovia, Londra appare ancora come una città del futuro, l'orizzonte saturo di diamante e cobalto: grattacieli ritorti e altezzosi, luccicanti nel buio precoce della sera. Ma sotto lo skyline del futuro si snodano ancora strade e vicoli come le scale di Hogwarts, che conducono sempre in una ltra direzione rispetto a quella promessa. Sovraffollamento, sporcizia e smog. Visi smunti nella luce gialla dell'autobus e un sacchetto di patatine per cena. Ucraini e greci sottopagati si scansano per far passare le limousine dei cinesi. Londra è il rifacimento dickensiano di un oligarchia”. Tratto da “Disordine” di Joakim Zander, ed. Bompiani.

Un compito importante perchè nel breve si terrà una conferenza in Stoccolma nella quale il suo lavoro servirà per decidere se aprire o meno alla privatizzazione della sicurezza pubblica nei corpi di polizia.

Il suo presente però è molto difficile. Non ha una relazione seria, abusa spesso e troppo degli alcolici e continua a rivivere il passato: i fatti di sangue dei quali è stata protagonista involontaria e che l'hanno tremendamente segnata.

Fin quando non assiste all'omicidio del suo collega Patrick, spinto sotto un treno. Un ragazzo taciturno, più isolato degli altri, che stava svolgendo ricerche misteriose. Indagini che per pura casualità Klara apprende prima della sua morte. Una pista che porta ai servizi segreti, al passato di Fadi e alla Sterling Security una società di sicurezza privata in mano ai russi che forse ha degli interessi sugli esiti della conferenza di Stoccolma.

Azione e sviluppo narrativo seguono un ottimo filo logico conduttore. Non sono mai banali o forzati ma sempre ben inseriti nel contesto espositivo. A dimostrazione della capacità dello scrittore di gestire in modo organizzato gli sviluppi della narrazione. Fermo restando che lo stesso non si tira indietro quando c'è da accelerare in situazioni di pericolo o di conflitto a fuoco.

Mi giro e cerco a tastoni la pistola che Dakhil ha lasciato a terra, la pistola che avevo con me quando sono arrivato. Scivola, ma riesco ad afferrarla e mi rigiro, sento le mani abbrancarne il calcio, il sangue rapprendermisi in faccia. Non rifletto, mi giro sul fianco e basta, entrambe le mani tese in avanti, a un metro o due appena da al-Amin. Chiudo gli occhi e premo il grilletto”. Tratto da “Disordine” di Joakim Zander, ed. Bompiani.

Gruppi paramilitari, arruolamenti nella jihad, indagini, sotterfugi, misteri. Ma anche sommosse popolari, servizi segreti e interessi multimilionari nella sicurezza privata. Un mix di eventi che narrano le vicende di tre protagonisti: Jasmine, Klara e Fadi. Quest'ultimo irretito dalla guerra santa, vive la sua catartica rinascita che lo porta a diventare un guerriero e un aspirante martire.

Non ho paura della morte, desidero il paradiso, desidero servire Allah, sia gloria a Lui”. Tratto da “Disordine” di Joakim Zander, ed. Bompiani.

L'Autore conferma le sue alte qualità descrittive. Un ottima coreografia ambientale che permette di circoscrivere l'area in cui si svolge l'azione. Intensi gli approfondimenti sulla psicologia dei personaggi. L'indagine conoscitiva è introspettiva e permette al lettore di sviluppare una simbiosi altamente personalizzata con ciascuno di essi.

Ecco come appare la mia jihad. Non come una spada, ma come una spazzola con cui lucidare le scarpe dei fratelli. Non una pallottola roteante, diritta e rivolta contro la testa del nemico, ma un bossolo abbandonato a terra senza significato”. Tratto da “Disordine” di Joakim Zander, ed. Bompiani.

Il risultato è un transfer credibile delle scelte che questi compiono e un immedesimazione narrativa che si risolve in una piacevolissima focalizzazione oggettiva delle scene, al presente come al passato.

Il tutto spesso arricchito da metafore e allegorie di pregio che testimoniano le ottime doti espositive dell'Autore.

Un raggio di sole si era fatto strada attraverso i vetri sporchi per atterrare sul pavimento come un bicchiere di succo d'arancia rovesciato”. Tratto da “Disordine” di Joakim Zander, ed. Bompiani.

Interessante l'evoluzione del pensiero jihadista di Fadi. Un tema di sicura attualità che viene affrontato con sobrietà e coerenza. Il sentimento di forza interiore e convincimento del giovane si scontra con una realtà diversa, a tratti manipolatrice, dove una vocazione viene strumentalizzata e persino indirizzata.

Mi sono riempito di quel nulla, di un vuoto senza spazio, senza limiti, che chiude i resto dentro e fuori allo stesso tempo, e sprofondo come un campana subacquea, nera e pesante, completamente solo. E' come se il mio cervello riuscisse a comprendere e capire la portata di quelle che a nessuno è permesso capire: niente è importante”. Tratto da “Disordine” di Joakim Zander, ed. Bompiani.

L'Autore coglie a mio avviso nel segno perchè rispetta il profondo sentimento religioso di devozione e nel contempo mette in guardia dalle ambiguità degli uomini.

Adesso vedo l'ignoranza e la cattiveria, a Gaza e in Siria come qui, nel Quartiere, dove siamo segregati e chiusi fuori allo stesso tempo, ancorati alla periferia, senza futuro, senza storia, in balia di persone corrotte senza morale, di persone che non si possono rispettare, di uno stato senza Dio a cui manca ogni legittimità”. Tratto da “Disordine” di Joakim Zander, ed. Bompiani.

Il ritmo sale d'intensità con il passare delle pagine. Le indagini dei protagonisti si susseguono a colpi di scena e la pericolosità assume un ruolo predominante in un contesto sempre drammatico. Un inquietudine che sembra fuoriuscita da uno scenario di spionaggio.

Organizzato bene, con un esposizione efficace e lineare. Ben argomentato e sviluppato “Disordine” è un ottimo romanzo adatto a molteplici gusti, dal drammatico, al thriller, dallo spionaggio all'azione.

Da qualche parte deve pur esserci un mare che possa accoglierci entrambi. E poi che esploda il mondo intero”. Tratto da “Disordine” di Joakim Zander, ed. Bompiani.

Ho letto con piacere questo secondo romanzo di Joakim Zander e lo consiglio a tutti i lettori.

Marco Solferini
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mercoledì 15 giugno 2016

Coop Connection

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 Coop Connection

Autore: Antonio Amorosi.
Genere: attualità, giornalismo.

Devo anzitutto ammettere che ho letto queste 290 pagine circa praticamente e come si suol dire “tutte d'un fiato”.

Ero partito con la convinzione che sarebbe stato il solito libro di denuncia/attualità e che tutto sommato avrei dovuto stare più attento a non prendere per buono l'indottrinamento dell'Autore o a non cadere nel facile tranello di scambiare aneddoti o indizi per delle prove.

Il libro però mi ha letteralmente divorato. Alla fine sono persino dovuto tornare sui miei passi per rileggere con più calma numerosi contenuti.

Nelle regioni rosse siamo entrati negli appalti alla pari delle altre imprese. Funzionava così. Mi ricordo di un opera a Cremona e una a Pavia che costavano quelli che oggi sono 200 milioni di euro. A noi e ad altri viene dato l'appalto. Ovviamente la gara è finta. Tutte le gare grosse sono finte. Si decidono a tavolino mettendosi d'accodo prima che si chiudano le buste. C'è chi fa le offerte sapendo di perdere. Poi si divide il lavoro tra i partecipanti, in una cerchia ristretta. Era così allora ed è così adesso.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

Il testo è fortissimo. Di più: è dirompente. Con un esposizione nuda e cruda pone il lettore davanti ad una realtà che lascia veramente il segno.

Si parte dalle confessioni dei “pentiti” noti finanche a quelle rigorosamente anonime di chi parla perchè non ce la fa più a reggere il gioco sporco e lo scempio che c'è dietro.

Lo scempio è il mondo sommerso, quello dietro i miliardi di fatturato delle coop.

Quello purtroppo dei lavoratori.

Crea imbarazzo citarli in un contesto dove ci si aspetterebbe che siano tutto tranne che parte lesa e invece in base alla ricostruzione offerta dall'Autore è proprio grazie ad uno sfruttamento della manodopera brutale, massacrante, impietoso che il mondo coop riesce ad offrire beni e servizi a prezzi “competitivi”.

Quando non scelgono di lavorare in nero hanno immigrati che spuntano come funghi, dalla lavorazione del riso alla raccolta di frutta e verdura, dal vino agli ortaggi. Settori che crollerebbero senza di loro. Le coop di macedoni hanno il monopolio delle vigne nelle Langhe e nel Monferrato piemontesi: i soci lavorano a cottimo, a 3-4 euro l'ora. Ucraini, albanesi, ghanesi, sudanesi, bulgari, romeni raccolgono pomodori in Campania e Puglia a 2 euro l'ora.Albanesi e marocchini la frutta in Toscana ed Emilia a 3 euro. Arance, olive, carciofi in Calabria e Sicilia sono nelle mani di romeni, marocchini, con i tunisini puà presenti solo in Calabria, tutti pagati anche 10, 20 euro a giornate lunghe dieci ore. Lavorano sotto la pioggia, con il gelo, con il sole a picco, condizioni che valgono per tutti, anche per gli italiani che si aggregano. Chi sviene dalla fatica è lasciato a casa. Chi si fa male sul posto di lavoro figura come assente, l'incidente risulta accaduto altrove. A confronto gli animali da soma vengono trattati con cura.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

Un immenso fiume di invisibili. Costretti ai più atroci tormenti e obbligati a scendere a patti con una povertà deprimente, dilagante, offensiva e degradante. Secondo quanto si legge per arricchire il business mode delle coop. In quello che è tristemente noto come il contenimento dei costi.

Tra una riassettata e l'altra della camera si fanno dare una bottarella. Racconta Angelo quando le due sono in un'altra stanza. Come a radiografarmi una pratica possibile per integare lo stipendio. “Non c'entro con i loro affari, tu hai voluto conoscerle e io te le ho portate” dice. I clienti arrivano da fuori Milano o sono gli ospiti dell'hotel, adeguatamente “invitati” dai portieri a cui le due allingano qualcosa. Si offrono per poco. Mentre Angelo spiega i dettagli loro ci squadrano dalla soglia della stanza. Dura da un po' e i caporali della cooperativa hanno fiutato la cosa qualche giorno. “Dovranno foraggiare anche loro” ammette alzando le spalle. Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

Confesso che a più riprese se non mi avessero detto che stavo leggendo un testo sulle coop avrei pensato che fosse sulla mafia. Perchè quando si parla di corruzione, controllo, collusioni, ecc. in quel vocabolario ahimè noto per identificare il malaffare, usualmente si tratta di mafia. Da lettore sarei sicuramente caduto in inganno.

Se volete parlo di uno simboli del Pci: Pio La Torre. Le sentenze hanno detto che fu ucciso dalla mafia. Certo. Ma si viene uccisi quando si resta soli. C'era, come scrisse Giovanni Falcone, una pista interna. La Torre aveva messo sotto processo le cooperative siciliane colluse, guidate da un tizio vicino a Provenzano. Ma quando si verificarono i libri contabili “arrivò – come testimoniò il coraggioso compagno Ugo Minichini – un esperto bolognese, inviato dalla lega delle cooperative, ovvero dagli organi centrali del partito”, parole testuali. L'uomo delle coop disse che era tutto a posto. Dopo poco La Torre venne ucciso.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

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Nel sistema coop per un lungo periodi si parlava sempre di “mitici ragionieri delle coop”. Erano la colonna portante della categoria. “Servivano a risolvere. Come quando arrivava qualcuno, anche un cosiddetto servitore dello Stato, a chiedere la stecca. Scappare era impossibile. Se volevi denunciare rivolgendoti a un altro corpo era peggio, capace di chiederti anche di più. I ragionieri avevano il tariffario. Quando qualcuno protestava, “Eh no, avevamo stabilito una cifra più bassa”, venivano chiamati e loro risolvevano” spiega. Stecca. Tariffario. Risolvere. La corruzione è una prassi stratificata per generazioni in Itali a e con un suo alfabeto. Implacabile come un morbo.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

Un altro fatto che mi ha letteralmente lasciato senza parole è come sia quasi impossibile per chi è cresciuto nel sistema emiliano leggere “Coop Connection” e non pensare a qualcuno che si conosce. Nella vita reale. Nelle fasi della crescita. Negli anni di studio e via discorrendo. Che sia un Presidente di un Quartiere o un Sindaco di un Comune nella Provincia bolognese o altro..

Oggi siamo noi delle coop che meniamo le danze e decidiamo chi fa carriera nel partito. Diamo un tozzo di pane a chi si candida, sono un po' dei disperati, gli bastano quattro briciole. Però siamo noi che muoviamo le pedine.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

Ogni figura o ruolo che viene raccontato dall'Autore e affrontata a viso aperto come pure nel malaffare rivelato corrisponde curiosamente a qualcuno che ha fatto carriera apparentemente nello stesso modo. Non solo. Ma spesso ho percepito in questi personaggi spiegati proprio quel retrogusto un po' miserabile che è tipico di chi nella realtà della propria vita alimenta la devianza ma cerca di giustificarla con dei valori.

Se si presenta uno che è figlio o nipote di un partigiano si presume che abbia una certa cultura, a difesa di certi valori. In ogni caso, prima di assumere un incarico, viene testato in un'amministrazione o in un Comune dove siamo solo noi a comandare, da sempre. Preferibilmente viene “provato” in relazione a qualche casino, è lì che viene fuori l'uomo. Poi si vede.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

Il che è di una cattiveria debilitante.

Ci sono paragrafi che sono dei veri e propri pugni nello stomaco.

Dai quali emergerebbe un sistema talmente corrotto e padronale che rappresenta la negazione di tutti i crismi della democrazia e della nostra Costituzione.

C'è sempre una proporzione nei rapporti di forza, è normale. C'è un amico di Piacenza che ha lavorato per anni con uno dei più grandi impresari edili della regione. E mi rompeva le scatole perchè non riusciva mai a vincere un appalto pubblico. Mi chiama e insiste incazzato che non è possibile che l cose vadano in un certo modo. Poi va a lavorare con una delle nostre ditte più grosse e rimane sorpreso perchè alcuni Comuni lo chiamano al telefono prima della gara dicendogli che per il progetto x, si tratti di una scuola o di un ospedale, basta presentare due schizzi, “tanto lo si fa tra noi”.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

Incontro un limite nella recensione laddove rischierei di fare opinionismo e come tale credo che il modo migliore sia far parlare alcuni estratti da libro affinchè vi rendiate conto di quello di cui parliamo offrendoveli per argomenti.

Sicuramente il ruolo oggettistico del Pd degradato a mero soprammobile a uso delle coop è un dato significativo che emerge a più riprese. Non solo per il controllo attraverso la cooptazione dei soggetti che ne fanno parte (candidati eletti o meno) ma anche per l'opera di persuasione esercitata sulla mentalità di “chi è di sinistra”.

Nell'immaginario della sinsitra italiana, di ogni generazione, prima di ogni battaglia per la giustizia viene la lorra senza quartiere all'evasione fiscale. Una grammatica potente e lineare che esclude però le grandi holding coop che possono eludere il fisco per legge. Per Costituzuone. Con un evasione sistematica, certificata. Perchè sulla carta sono enti che svolgono attività mutualistiche.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

Una mentalità che sembra controllabile. Alla quale cioè è facile vendere lucciole per lanterne con troppa facilità perchè tipicamente propria di persone talmente convinte di alcuni preconcetti che sono facili da usare.

Così una parte degli italiani si è riconosciuta nel messaggio che invita a investire nelle coop anziché ingrassare il portafogli del “padrone”. Non c'è città, provincia che non abbia un circuito di aziende che, dall'alimentazione alla sanità, dalle grandi opere ai servizi, passando per le assicurazioni, non abbia visto le coop conquistare ogni spazio e continuare a espandersi.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

L'Autore ha svolto un lavoro immenso ed è riuscito a sintetizzare nei capitoli e nei paragrafi la più gran parte di questo materiale che è impressionante non solo per i contenuti ma ovviamente anche per i numeri.

Con metodo e buona scienza dell'esposizione non cade nel tranello dell'eccesso dialettico ed anzi organizza in maniera pulita, a tratti manualistica, l'esposizione.

Affinchè al lettore siano chiari da subito alcuni meccanismi, provati, circa il funzionamento del malaffare o, mi si passi la metafora che mi sovviene per analogie di letture, della “malapianta cooprativa” dopodichè si passa a molteplici argomenti.

Oggi tutti parlano con tutti e vogliono vincere gli appalti, anche in altri territori. Questa anarchia crea conflitti, non c'è pi una regia che dà a Cesare quello che è di Cesare.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

Gran parte di questi sono noti. Se non proprio conosciuti occupano il passaparola e il sospetto da moltissimi anni. Forse si potrebbe parlare di ignoranza consapevole ma il libro fondamentalmente affronta argomenti che toccano da vicino la vita delle persone. In particolare degli abitanti dell'Emilia Romagna e fra questi, su tutti, gli emiliani.

I Comuni sono degli erogatori d'appalti e vano controllati uno a uno, a ogni costo, foraggiando le campagne elettorali dei sindaci. Al punto che, quando gli stessi due imprenditori devono decidere a chi dare il voto, il secondo dice al primo: “... No, dopo tutti i soldi che hai speso devi darlo al Pd sennò che fai? ...” L'altro è incerto.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

Mi riferisco per esempio all'ex municipalizzata Hera, cui è dedicato un intero capitolo dai contenuti obiettivamente sconvolgenti che fanno rabbrividire e stimolano non solo riflessioni ma anche reazioni a dir poco rivoluzionarie.

Ma tra i singoli casi analizzati dall'Autore e debitamente raccontati con note ufficiali e documentazione a mò di verifica puntualmente richiamata in calce alle pagine ci sono alcuni episodi che oltre ad essere allarmanti sono anche indicativi di una vera e propria diffusione della gestione coop oltre ogni limite dell'economia di mercato.

Penso ad esempio alla questione imolese. Che è diventata nota a tutti per via della sorte della coop Cesi ma che rivela in base all'indagine proposta dallo scrittore un sistema endemico. Una sorta di pandemia che ha letteralmente invaso la città stessa.

In piazza Matteotti a Imola chiedo nei bar se qualcuno conosce Poletti. Rispondere è semplice quando capiscono che sono un giornalista: “Persona splendida”, “Sempre disponibile”, “Come lui ce n'è pochi”, “Non se ne può che dire bene”. E poi aneddoti sul mondo dei cooperatori cresciuti con sani ideali, “stare insieme”, “non guardare al profitto”, “aiutare chi non ce la fa”. Qualcuno lo descrive come un vecchio amico d'infanzia e mi offre da bere. Non c'è domanda che possa perforare le corazze. Dopo un paio d'ore ho la sensazione di muovermi in un villaggio Potemkin dell'Unione Sovietica, quei paesoni di cartone messi in scena per mostrare ai simpatizzanti come funzionava il comunismo, con contadini entusiasti, mogli bellissime e operai eleganti in fabbriche superefficienti. Solo uno mi fa il segno delle labbra cucite.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

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Nel 2010 avevamo ancora l'ufficio dattiloscritti, ha presente? Si scriveva tutto a penna e c'era un ufficio che ritrasfriveva a macchina le lettere! E il gestionale dell'azienda era un software usato negli anni Ottanta per l'incubazione dei pulcini.. per contare i pulcini capisce, quelli che escono dalle uova! Ride amaramente Giuseppe. “in azienda si parla il dialetto imolese, neanche in italiano, figuriamoci l'inglese o i software...” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

Con ammirevole coraggio l'Autore scrive anche del riservatissimo “caminetto” che altro non sarebbe se non l'innominabile vertice delle coop emiliane e in particolare del Bolognese.

Il “caminetto” non è un gruppo di amici, ma l'autorità massima che muove gli affari di Legacoop.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

Una struttura di cui fanno parte i massimi esponenti delle principali realtà delle coop che l'Autore nomina e che tra l'altro riguarderebbero realtà da Manutencoop, a Coop Adriatica, a Unipol. Per dare correttamente l'impressione di cosa sarebbe il “caminetto” in questione, metaforicamente rappresenta la “cupola” delle coop. Cioè i vertici dei vertici. L'elite di potere decisionale e un fiume di soldi.

I politici dei contesti più piccoli sono tendenzialmente più docili, più disponibili. E lupo può anche mangiare lupo, di questi tempi. I bolognesi mangiano tutti. La regola è prendere gli appalti senza “chiedere permesso”. Non ci saranno più mediazioni con i vari padroni di casa. Chiunque si deve adeguare alle decisioni del “caminetto”, gli altri gravitino come satelliti intorno al sole.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

Naturalmente, di fronte a un quadro clinico di queste proporzioni il pensiero del lettore andrà, presumo inevitabilmente, al ruolo della Magistratura. E prima ancora ai controlli. Ovunque infatti, in Italia dalle imprese alle banche sono stabiliti meccanismi di supervisione e di controllo che prescindono anche dalle strutture interne e che dovrebbero cioè analizzare e se del caso certificare l'operato delle realtà in questione, cioè le coop.

Per esempio nell'interesse di chi versa i propri soldi nel c.d. prestito sociale cioè la raccolta di risparmi consentita alle coop e che negli ultimi anni è finito spesso agli onori (tristi) della cronaca perchè i risparmiatori hanno perso i loro sudati averi.

Quando chiedo al Mise quanti controlli sono stati effettuati negli ultimi dieci anni, la comunicazione cade. Dopo più di un mese di solleciti e telefonate invio una raccomandata al ministero. Rispondono che stanno “aggiornando le statistiche con riferimento al biennio 2013-2014 appena concluso”. Fine delle comunicazioni. E per gli altri anni? Nessuna risposta. Quanto dura di media una loro revisione? E' un mistero. Con quali riscontri? Nessno lo sa. Quante coop sono risultate con irregolarità e quante regolari? Ancora silenzio.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

Laddove si concepisca che le cose stanno veramente nei termini esposti dall'Autore è ovvio porsi il quesito non solo del “se” un simile potere possa essere contrastato ma anche del chi dovrebbe farlo.

Durante Tangentopoli si diceva che a Bologna non ci sarebbe mai stata un'inchiesta come quella di Milano perchè Bologna è monopolizzata dalle cooperative. In effeti, è vero! Quando non c'è concorrenza non c'è bisogno di tangenti. Chi corrompo? Il sindaco e l'amministratore che sono parte della mia famiglia? Facciamo le vacanze insieme, siamo cresciuti nelle stesse sezioni, i nostri figli vanno nella stessa scuola. Gli dai soldi per farsi la villa, la casa per i figli, un lavoro e si l'ufficio di collocamento per tutti i suoi scagnozzi. Siamo sempre e solo noi.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

Il quadro che purtroppo ne esce è drammatico. Dalla lettura dei tentativi di indagine, degli esposti, dei processi, delle teorie dell'accusa emerge che forse questo potere concepito in questo modo dalle coop è superiore a quello della Magistratura che non potrebbe per effetto fermare il malaffare.

Per un magistrato diventa difficile riuscire a capire e trovre le prove per fare un processo. Di che cosa può accusarmi? Di finanziare un convegno per il sindaco? Di sostenere un progetto benefico del Comune? Così le coop riescono a girare i soldi ai politici.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

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Nel rito emiliano si corre invece sul filo della truffa e l'uso distorto dei poteri amministrativi, non c'è bisogno delle classiche “tangenti”. Il rito nasce in quelle regioni italiane in cui partiti, amministrazione pubblica e imprese non sono distitni. Il partito domina incontrastato il territorio, senza alternanze, ottiene maggioranze schiaccianti e quasi sempre governa da solo. Nelle regioni “rosse” non a caso le attività imprenditoriali più fiorenti sono diventate le cooperative. Quando dentro il sistema imprese e partito vanno a braccetto non c'è più l'esigenza di trasferire soldi guori da queste. E lo scambio politico diventa un ingegneria estesa, acuminata e invisibile.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

Nel proseguo della lettura viene anche il turno della celebre Associazione “Libera: contro tutte le mafie” anch'essa destinataria di non pochi riferimenti in corso di lettura fino al capitolo che se ne occupa per intero.

Perchè l'Emilia è diversa. Di capire davvero non gliene frega niente a nessuno. E' marketing. Il dibattito con il procuratore viene fatto con Libera, che per anni in Emilia si è astenuta dall'intervenire sulle mafie, come sulle coop. A distanza di qualche tempo ritrovo buona parte delle nostre inchieste riscritte in un dossier proprio dell'associazione di don Ciotti. Un'opera finanziata dalla Regione Emilia-Romagna. Nel testo le cooperative scompaiono, praticamente non esistono. E ogni riferimento alla pubblica amministrazione è cassato. Nel dossier non siamo neanche citati. Libera ha chiuso un protocollo d'intesa con la Regione che le consente di ricevere ogni anno fondi per studiare il fenomeno.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

Il lettore è posto di fronte ad una realtà che potrebbe far riflettere.

Un po' tutti ormai avranno visto in giro le tante magliette di Libera che giustamente circolano orgogliosamente e a buona ragione in quanto lo scopo dell'Associazione di contrastare le mafie merita il plauso e la più grande ammirazione oltre al miglior sostegno.

Però è anche un fatto ormai noto che esiste una forte intesa con le P.A. locali e Regionali dell'Emilia Romagna e a ben guardare nel dettaglio il “perchè” e il “come” venga sviluppata questa intesa, cioè in che cosa consista e su quali benefici si fondi, è curiosamente poco noto. Personalmente non conosco nessuno che lo sappia nel dettaglio. Nemmeno fra coloro che esibiscono la famosa maglietta di Libera. L'Autore offre la sua risposta ed una chiave interpretativa inquietante.

Libera ha il vantaggio di rafforzarsi e incassare, la politica un un ritorno perchè usa Libera come paravento per coprire le proprie indecenze. E' ovvio che Libera in cambio ha qualcosa da questo: visibilità mediatica, grandi riconoscimenti, finanziamenti e strumenti per promuoversi”. Una sorta di inevitabile “patto d'onore” tra l'associazione antimafia, le coop e il Pd.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

“Coop Connection” è anzitutto un indagine giornalistica coraggiosa e come tale assolutamente da leggere. Un atto di ammirevole ribellione verso un sistema che viene esposto nella sua più drammatica essenza contemporanea e storica.

Questo libro nasce per fare chiarezza sul mondo delle cooperative, uno dei cardini dell'economia italiana che pesa 151 miliardi di fatturato, l'8 per cento del Pil, e che dà lavoro a più di un milione e centomila persone. Un universo economico che vale pi del Prodotto interno lordo dell'intera Ungheria ma poco raccontato, frutto di una storia secolare e di un presente in cui non mancano luci e ombre.” Tratto da “Coop Connection” di Antonio Amorosi, ed. ChiareLettere.

Consigliato a tutti.

Marco Solferini
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